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Passeggiata delle Cattive a Palermo

Elegante terrazza sopraelevata sistemata nei primi anni dell’800 sopra le mura della Marina. .Il termine indicava le giovani vedove, che dato il loro stato non potevano stare in mezzo alla gente e quindi venivano a passeggiare su questa terrazza, che nell’800 era chiamato pubblico parterre; il nome dei cattive deriva dal latino captivus che vuol dire prigioniero. Questa terrazza pubblica fu costruita nel 1823 dal luogotenente del re di Sicilia, don Antonio Lucchesi Palli. Nel 1827 fu costruita la scenografica scalinata di accesso, ai cui piedi si trovano due erme in tufo scolpite da Girolamo Bagnasco; ha un’altra scalinata di accesso all’altro estremo in via Mura delle Cattive. Su questa terrazza prospettano grandiosi palazzi nobiliari ai quali si accede dalla parallela via Butera.    


LGiovanni Meli, il poeta di Palermo*

L’occhi

Terribili questi occhietti fervidi d’amore ecolmi d’incanto. Tanto son penetranti che fanno crollare case ecittà, esgretolare gli animi come un muro fatto d’argilla. Ma lo charme che da essi promana muove perfino le rocce. E il cuore del poeta si scioglie in un deliquio. Chi può resistere a tanta languidezza? L’anima s’immelanconisce, i sensi si eccitano: bolle il sangue, tutto il corpo è come attraversato da spilli eaghi tormentatori. Sì, quegli occhietti ammiccanti e colmi di grazia hanno un costo elevatissimo in lacrime, in sospiri. Ma basta un loro sorriso diretto al cuore dell’innamorato, che egli subito, quasi per magia, tornerà risanato e felice.

Lu labbru

La minuscola ape ronza mattiniera tra i prati venati di rugiada. Deve evitare di bagnarsi le piccole e delicate ali. Ancora i fiori dormono con le corolle chiuse e pencolanti. "Cosa cerchi?", chiede il poeta al fragile insetto: "Cerchi forse del miele?" "Se è questo che vuoi" - dice - "t’insegnerò un luogo sicuro dove trovarlo: la mia Nice, dagli occhi splendenti, possiede tra le labbra una dolcezza

                L'occhi

        Ucchiuzzi nìuri
        si taliati,
         faciti càdiri
        casi e citati;
                 jeu, muru debuli
         di petri e taju,
         cunsidiratilu
         si allura caju!
                 Sia arti maggica,
         sia naturali,
         in vui risplendinu
         biddizzi tali,
                 chi tutti ‘nzèmmula
         cumponnu un ciarmu
         capaci a smoviri
         lu stissu marmu.
                 À tanta grazia
         ssa vavaredda,
         quannu si situa
         menza a vanedda,
                 chi, veru martiri
         di lu disiu,
         cadi in deliquiu
         lu cori miu!
                 Si siti languidi,
         ucchiuzzi cari,
         cui ci pò reggiri?
         cui ci pò stari?
                 Mi veni un pìulu,
         chi m’assutterra,
         l’alma si spiccica,
         lu senziu sferra.
                 Poi cui pò esprimiri
         lu vostru risu,
         ucchiuzzi amabili,
         s’è un paradisu?
                 Lu pettu s’aggita,
         lu sangu vugghi,
         sù tuttu spìnguli,
         sù tuttu agugghi.
                 Ma quantu lagrimi.
         ucchiuzzi amati,
         ma quantu spasimi
         chi mi custati!
                 Ajàti làstima
         di lu miu statu:
         vaja, riditimi,
         ca sù sanatu!

 

Lu labbru  

         Ssi capiddi e biundi trizzi
         sù jardini di biddizzi,
         cussì vaghi, cussì rari,
         chi li pari nun ci sù.
                 Ma la vucca cu li fini
         soi dintuzzi alabastrini,
         trizzi d’oru, chi abbagghiati,
         perdonati, è bedda chiù.

                 Nun lu negu, amati gigghia,
         siti beddi a meravigghia;
         siti beddi a signu tali
         chi l’uguali nun ci sù.
                 Ma la vucca ‘nzuccarata
         quannu parra, quannu ciata,
         gigghia beddi, gigghia amati,
         perdonati, è bedda chiù.
         Occhi, in vui fa pompa Amuri
         di l’immensu so valuri,
         vostri moti, vostri sguardi
         ciammi e dardi d’iddu sù.
                 Ma la vucca, quannu duci
         s’apri, e modula la vuci,
         occhi... Ah vui mi taliati!...
         Pirdunati, ‘un parru chiù.

*[da Aldo Gerbino, Sicilia poesia dei mille anni, Inventario dal ‘pozzo dorico’, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2001]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prometheus

Quindicinale di informazione culturale
Direttore responsabile: Gianfranco Restivo


Anno V. N. 116 - lunedì 07 novembre 2005


Poesia per "Prometheus"
Giovanni Meli, il poeta di Palermo*

a cura di
Aldo Gerbino

1853: da San Francesco a San Domenico - il Pantheon dei Siciliani illustri nel sepolcro firmato da Valerio Villareale - viene traslata la salma, o le supposte spoglie, del più illustre poeta del ‘700 siciliano, GiovanniMeli. Nato da Vincenza Torriquos, spagnuola, e da Antonio di professione orefice, il 6 marzo 1740 a Palermo, Meliincarnò la figura del poeta in perfetta simbiosi con la sua città. Si formerà alla scuola gesuitica, frequentata per il tempo necessario, studiando grammatica, retorica e logica sui testi del portoghese Emanuele Alvarez e di GianBattista Bisso. Presto abbandonerà il Collegio Massimo, assimilando per suo conto i classici e introducendo nel proprio bagaglio culturale gli enciclopedisti.

Inizia a scrivere versi: il grande Metastasio e la sua carica di mélos, la musicalità arcadica e rococò del Rolli, i sonetti eroici del Frugoni arricchiti dalle coloriture erotiche delle canzonette, rappresentarono, in quel momento, il suo orizzonte creativo. Appena ventenne, il ‘poeticchiu’ viene scritto all’Accademia del ‘Buon Gusto’, voluta nel 1718 dal principe di Santa Flavia. È intorno al 1760 che incomincia a studiare, ma senza grandi entusiasmi, medicina. Ammesso all’Accademia della ‘Galante Conversazione’ nel palazzo del rione Kalsa, fondata l’1 dicembre del 1760 da Antonio Lucchesi Palli, principe di Campofranco, compone con grande fervore. Durante un’epidemia di "febbri perniciose", che si abbatte sul centro di Marineo, egli collabora attivamente con il suo maestro Baldassare Fagiani, docente di Istituzioni fisico-anatomiche all’Accademia di Medicina annessa all’Ospedale Maggiore; in quel periodo avvia la composizione del poema La Fata galanti, che sarà pubblicato l’anno successivo, quando è già impegnato a scrivere La Ragione. Alla fine del 1764 ottiene la licenza professionale per l’esercizio medico (non ‘laurea’, in quanto Palermo non aveva ancora una Università, ma un’Accademia degli Studi); indossa il collarino sull’abito corto, e, pur senza ‘ordini’, ma in ossequio alla moda, si fa chiamareabate.

Fa parte dell’Accademia dei ‘Pastori Ereini’ (1766), e, dal 1767 al 1772, esercita le funzioni di medico condotto a Cinisi. Lì compone L’origini di lu munnu, le Elegii, parte della Buccolica e la struttura generale delle Riflessioni sul meccanismo della natura. Legge nel 1768 il poemetto In lodi di la musca al Monastero di San Martino delle Scale; quel monastero che aveva già accolto, nel 1539, Teofilo Folengo - l’autore delle Maccheronee - ma anche di quel ‘Coliseo pastorale’, La Palermitana, associato all’Atto della Pinta. Recita la satira La villeggiatura a Palermo (1770) presso la ‘Conversazione del Bigliardo’, e ancora, presso gli ‘Ereini’, le ottave burlesche Contra li Cirimonii elu Galateu. Nel 1771 dà alle stampe il Capitolo di lettera in cui si descrivono gli effetti estraordinari del veleno d’un ragnatello, la relazione di una sua terapia, un po’ empirica, ma, a detta di molti, miracolosa, e che salva il sacerdote don Antonio Scrivano dagli effetti imprevedibili del morso d’un ragno.

Nel 1772 fa ritorno a Palermo abitando una casa di via Gagini. Gli vengono affidati molti pazienti dal suo maestro Giovanni Gianconte; intreccia intensi, quanto fuggevoli, rapporti amorosi. Nel 1774 pubblica l’Egloga in lodi di lu gattu, scriverà, poi, nel 1777, la serenata Il trionfo di Minerva, messa in musica da D. Giuseppe Bertini. Intorno al 1781-1785, conosce donna Marana Maniaci - la sua Nice -, moglie dell’amico don Gioacchino La Torre. Per quell’incontro "tremò... d’amore" (Cesareo). Da questo rapporto avrà una figlia, Gaetana; scrive il Don Chisciotti e Sanciu Panza. Il 27 settembre del 1787 viene nominato professore di chimica nell’Accademia degli Studi; è l’anno in cui vengono stampate le sue Poesie (Solli), illustrate da vignette, un’editio princeps dell’opera meliana. Nel 1790, con Francesco Paolo Di Blasi, Giovanni Alcozer, Ignazio Scimonelli, Francesco Sampolo e Francesco Maria Gueli, fonda l’Accademia Siciliana. Tra il 1790 e il 1793 consegna ai torchi le quartine della Gazzetta problematica e Lu Cagghiostrisimu schierandosi con i detrattori dell’abate Giuseppe Vella, accusato d’impostura per i falsi codici arabi (il tema sarà ripreso da Leonardo Sciascia ne Il Consiglio d’Egitto).

Nel 1794 viene registrato come socio dell’Accademia trapanese del ‘Discernimento’ con il nome di Anguizio Melodico. Nel ’96 l’Accademia Siciliana diventa ‘Nazionali’ e il Meli ne redige le Leggi. Contemporaneamente compone un’altra cantata, L’inverno coronato (musicata da D. Giuseppe M. Bracci). L’anno seguente la sua casa, in cui viveva anche la sorella pazza Maria Antonia, viene dai ladri spogliata di tutto, e ciò aggrava le sue non floride condizioni economiche. Scrive la cantata L’Egide dei Re, musicata da D. Domenico Spadafora e il primo ottobre del 1798, anno del Cantu funibri in morte di Francesco Carì, diventa socio ordinario dell’Accademia Italiana di Siena. In questo periodo completa la farsetta Palermitani in festa per l’arrivo di re Ferdinando in fuga da Napoli, accerchiata dalle truppe francesi. Fa la conoscenza di Lady Hamilton e di miss Ellis Cornelia Knight, sua ammiratrice, e traduttrice di alcuni idilli. Del 1799 è l’ode in onore di Nelson, mentre, nel 1800, ha, sempre da donna Marana, una seconda figlia, Cicì o Francesca, e, l’anno dopo, diventa socio dell’Accademia Palermitana. Del 1805 è Lu specchiu di lu Disingannu (Pisa); nel 1808 la Reale Università degli Studi (l’Accademia s’era trasformata in Università nel 1805) gli conferisce honoris causa il diploma di laurea in Medicina (tra i firmatari Alfonso Airoldi, arcivescovo di Eraclea, Tommaso Natale, marchese di Monterosato, scrittore politico, e Gaspare Palermo).

Per protestare contro la nuova costituzione siciliana, favorita dagli inglesi, scrive (1812) i sonetti Lu Parlamentu di lu 1812 e Li fogghi maledici di lu 1812 e l’ode antinapoleonica Su la caduta di Bonaparte. Inizia a stampare in proprio, nel 1814, le sue poesie aggiungendovi le Favuli morali. Offrirà i primi due volumi al Re, nell’atmosfera marina e arcaica della tonnara di Solanto. Nel settembre del 1815, tornando dalla campagna di Villafrati dell’amico barone Antonino F. De Stefano, si ammala; il 20 di dicembre in una stanza del palazzo Napoli di via Maqueda, di fronte la chiesa di S. Croce, la pneumonia biliosa lo uccide.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la biblioteca di Mattia Pascal di Antonio Patti   mailto:postmaster@fuorivista.it   Fuorivista

Ne hanno parlato Pirandello e Sciascia. Dopo un lungo restauro è tornata a nuova vita la biblioteca settecentesca donata agli agrigentini da un vescovo illuminato.

Si fa fatica a credere che questa strada stretta, a gomito, a dorso d'asino, che odora di capelvenere e di erba di vento, dove il sole stenta ad accarezzare il manto d'asfalto, sia stata fino agli inizi del 1900 il cuore politico, culturale e religioso di Agrigento. Eppure Girgenti si identificava in questo budello, circondato da palazzi signorili i cui fregi architettonici in arenaria assomigliano sempre più, per l'azione del vento e della rara pioggia, a informi blocchi di pietra, che ricordano ancor di più un pezzo della Valle sita a metà strada tra questa via Duomo e il vecchio molo, da dove prendevano le vie del mondo lo zolfo e il salgemma, tirati fuori dai budelli sotterranei dell'entroterra.
E il giallo dello zolfo e il bianco del sale si ritrovano nella facciata del Palazzo Lucchesi-Palli, che ospita la Biblioteca fortissimamente voluta dal principe - vescovo. Una struttura laica, già nella sua concezione, incastonata tra i simboli più cari della cristianità, che ha inglobato e fagocitato, fino a renderle quasi irriconoscibili, due delle costruzioni più sacre dell'antica religione dei Gentili: il tempio di Zeus Atabirio, l'attuale Duomo, e il tempio di Atena Promakos, Santa Maria dei Greci. Al centro di più culture, quali la latina, la greca (Chiesa di Odigitria), l'ebraica e l'araba. In questo ombelico del mondo viene scavata una parte dell'antica acropoli, tra il Palazzo vescovile (
ricostruito ed ampliato per volere e con i soldi del Lucchesi-Palli) e il Castello (poi Carcere Vecchio ed infine Casa dell'acqua), "a fianco il muro che guarda verso oriente del giardino di Nostra Signora dell'Itria sino al muro che guarda verso tramontana e chiude il giardino di detto Castello" includente "il muro della turrazza di detto Castello sopra il cemeterio dell'Itria" e "il posto del terreno che dona sulla strada mastra vicino all'Itria". La costruzione avvenne subito dopo l'atto stilato presso il notaio Agostino Contino il 26 marzo 1760.
Questa data è importante perché questa Biblioteca è in assoluto una delle prime biblioteche aperte al pubblico, senza alcuna distinzione di censo o di stato. Soltanto nel 1634 il vescovo francese François Harlay senior apriva la sua biblioteca di Rouen "ai signori canonici dal levar del sole al calar del sole e inoltre e parimenti alle persone dotte e studiose e agli stranieri"; le altre biblioteche aperte al pubblico, costituito soprattutto se non esclusivamente da uomini di Chiesa, sono l'Ambrosiana di Milano (1608), la Bodleiana di Oxford (1612) e la Biblioteca Angelica di Roma (1620).
La Biblioteca Lucchesiana verrà donata alla città di Agrigento e ai suoi cittadini il 16 ottobre 1765, fornita anche di un congruo lascito che ne assicuri nel tempo la gestione e l'ampliamento. Assicuri e non assicura perché i discendenti del Vescovo, alla sua morte, impugnarono il lascito, il che ha decretato la sua decadenza e la lenta agonia. Parliamo dei parenti. Andrea Lucchesi Palli nacque a Messina il 16 aprile 1692 da Fabrizio, duca di Adragna e nipote del principe di Campofranco, e da Anna Avarna. Il fratello Giuseppe fu comandante supremo della cavalleria di Maria Teresa d'Austria e morì eroicamente nella battaglia di Leuthen, il 5 dicembre 1757. I suoi eredi, il duca di Belviso e il principe di Campofranco, che dovevano versare 30 onze annue ciascuno, secondo quanto deliberato nel testamento del vescovo, si rifiutarono di pagare, se non in minima parte, pur avendo incamerato l'eredità così vincolata. Alla svalutazione della moneta seguì, con la confisca e la cacciata degli ordini religiosi, l'espulsione dei Liguorini, che per conto del vescovo svolgevano le cariche di bibliotecario, vice - bibliotecario, massaro e di esattori delle rendite (case e terreni) legate alla biblioteca.
La città di Girgenti fu incapace non solo di gestire degnamente, ma anche di comprendere fino in fondo la magnanimità e il valore di questo lascito, tanto che si preoccupò soltanto di vendere i duplicati, tra cui preziose cinquecentine. Dalla biblioteca spariranno preziosi reperti archeologici e la ricchissima collezione numismatica, compresa la raccolta di monete greche e romane, motivo di meraviglia degli stranieri che visitavano Agrigento. Di questa raccolta rimarrà soltanto il raffinato forziere - raccoglitore.
La Biblioteca, così come altri beni culturali agrigentini, troverà nella città, che fu di Empedocle, non degni custodi. La sua lenta agonia si trascinerà nel tempo. L'affitto dei locali del secondo piano, adibiti originariamente ad abitazione dei Liguorini, voluti ed ospitati ad Agrigento dal vescovo Lucchesi Palli(aveva conosciuto personalmente S. Alfonso Dei Liguori), dapprima ai carabinieri, poi alla Guardia di finanza e di alcuni vani del piano terra alla Prefettura, ne provocarono il decadimento per usura prima e per abbandono successivamente. La Biblioteca agli occhi del giovane Luigi Pirandello si presenterà così come appare descritta dal fu Mattia Pascal, un triste luogo in grave stato di decadenza: "Intanto, sul tavolone lì in mezzo c'era uno strato di polvere alto per lo meno un dito: tanto che io - per riparare in certo qual modo alla nera ingratitudine de' miei concittadini - potei tracciarvi a grosse lettere questa iscrizione :

A Monsignor Boccamazza
munificentissimo donatore
in perenne attestato di gratitudine
i concittadini
questa lapide posero.

Precipitavano poi, a quando a quando, dagli scaffali due o tre libri, seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio".
Il 23 gennaio 1963 il bibliotecario invia alla Soprintendenza il seguente telegramma : "Comunico crollo integrale tetto Biblioteca Lucchesiana. Danni ingenti. Urge provvedimento immediato onde salvare prezioso patrimonio. Direttore Baio". Questo telegramma segnò la fine dell'agonia, ma anche l'inizio del suo recupero. Oggi la Biblioteca, dopo un lungo e delicato restauro sia delle strutture architettoniche e sia del patrimonio librario, vive, ma forse sarebbe più giusto dire sopravvive.
Il suo patrimonio librario, nel frattempo arricchitosi con l'inglobamento delle biblioteche dei vari ordini soppressi e di alcuni lasciti, va riscoperto dagli agrigentini. Dagli agrigentini perché i forestieri lo conoscono da tempo perché rappresenta una delle più importanti biblioteche di fondi antichi a disposizione dell'Italia meridionale. Entrarvi e godere dei suoi libri è una delle sensazioni più belle che un uomo possa provare. Sembra il posto ideale dove poter ambientare uno dei miei personaggi descritti in Alberto e la città, il bibliofilo cieco: "La cecità l'ha preso a poco a poco e man mano che i colori e le immagini scemavano, si andava sempre più affinando il tatto. Per cui, quasi senza accorgersene, finì con l'amare i libri non più per il loro contenuto. Non amò più i libri nemmeno per le miniature, i caratteri, gli inchiostri, ma per il tipo di carta, lo spessore, la filigrana. Non poté più leggere, ma si consolava palpando le copertine, individuando il tipo di pelle sul dorso, le incisioni in oro, gli odori. Conosce ogni libro della sua immensa biblioteca al fiuto e al tatto. L'umidità li ha resi come organismi vivi che si dilatano, si deformano, assumendo ognuno di essi una forma propria, diversa da un esemplare all'altro.
A chi è fornito di vista la polvere, accumulata sugli scaffali più alti, le ragnatele, che pendono dal lampadario e dalle appliques, l'odore di muffa e di rinchiuso possono distrarre; ma il bibliofilo cieco no. Tutto il suo essere è ora un enorme libro che respira assieme agli altri. La propria pelle assume giorno dopo giorno la consistenza della pergamena. L'ombra ne ha schiarito la pelle. I capelli bianchi sembrano i fili serici di legatura. Un silenzio irreale regna oggi sovrano tra le pareti di uno dei più vivaci salotti culturali della Palermo bene di una volta".
Eccezion fatta per la polvere e per le ragnatele, che non ci sono più, l'atmosfera è identica. Tradisce il passaggio alla nuova era tecnologica la presenza, seppur discreta, degli igrometri posti dentro gli scaffali a salvaguardia di un patrimonio incommensurabile, anche dai punti di vista economico e bibliofilo. Il Vescovo vi aveva profuso tutte le sue sostanze, l'aveva dotata di incunaboli, manoscritti, cinquecentine già rari e preziosi ai suoi tempi. Ma tutto questo patrimonio librario aveva uno scopo ben preciso: i libri dovevano servire a nutrire lo spirito dei martoriati abitanti posti sotto la sua custodia, per sempre. Così come li aveva nutriti di pane durante una delle più terribili carestie, quella del 1762-63, mettendo mano alla sua dote personale.
Se parliamo del conte e vescovo Andrea Lucchesi Palli lo facciamo soprattutto per il suo intento, profondamente laico. Lui uomo di Chiesa fin dentro il midollo, ha voluto che la sua biblioteca diventasse un ente giuridico sganciato sia dalle proprietà ecclesiastiche e sia dalle autorità civili, un ente autonomo, che si reggesse con le proprie forze, convinto che la cultura appartenga a tutta l'umanità. Uomo di Chiesa, antesignano dell'Illuminismo, ossimoro ben riuscito tra fede e ragione.
Aveva previsto tutto, tranne la cattiveria e gli egoismi degli uomini: "Il conte Andrea Lucchesi- Palli vescovo di Agrigento rende di uso pubblico la propria biblioteca. In tutti i giorni feriali da due ore prima a due ore dopo mezzo giorno sarà consentito a chiunque di accedervi. Nessuno varchi la soglia furtivamente né ponga mano agli scaffali. Il libro che desideri, richiedilo, usalo, mantienilo intatto, non ferirlo dunque di taglio o di punta, non segnarlo di postille. È consentito inserirvi un segnalibro e copiare quel che si vuole. Non appoggiarti sul volume, se devi scrivere non metterci sopra la carta, l'inchiostro e la sabbia per cancellare tienili un po' distanti, sul lato destro. (...) Osserva il silenzio, non disturbare gli altri leggendo a voce troppo alta, al momento di andare chiudi il libro, se è piccolo restituiscilo a mano, se è grande lascialo sul tavolo dopo aver avvertito l'inserviente. Non pagare nulla, ma vattene più ricco e ritorna più spesso".
Oggi si entra nei locali della biblioteca dalla porta di servizio, per cui non si può avere l'effetto, tipicamente settecentesco, della scenografia preparata accuratamente dal maestro Pietro Paolo Scicolone, architetto di Licata, e dallo stesso vescovo e realizzata totalmente da maestranze locali. Salendo per una comoda e ampia scala, si accede, al primo piano, all'antilibreria che reca su una parete una lapide marmorea recante le norme stabilite dal Vescovo, già riportate. Una porta intagliata, molto elegante nella sua essenzialità, fa intravedere l'enorme sala di lettura (20 m x 8.7 m). Sullo sfondo al centro la statua marmorea del Lucchesi-Palli, realizzata dallo stesso scultore che eresse il suo mausoleo posto all'interno del Duomo, dentro una nicchia di legno. Ai lati, in alto due medaglioni lignei, allegorici, raffiguranti due donne. Quella di destra, reca in mano uno specchio; quella di sinistra, un libro. Finora si è voluto vedere, giustamente, nella donna mirantesi nello specchio, più che la vanità muliebre, la conoscenza dell'uomo, riflessa allo specchio, come dice s. Paolo: vidimus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem (I Corinzi, 13, 12) " Al presente vediamo attraverso lo specchio, in maniera confusa, ma poi vedremo faccia a faccia"; l'altro medaglione è stato, a mio modesto parere, sottovalutato. Anch'esso riveste valore allegorico ed è connesso strettamente al primo. Si riferisce ad un altro versetto della stessa lettera paolina (I Corinzi, 2, 5): Ut fides vestra non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei "Affinché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio". La donna, che indossa una stretta corazza, punta con la sinistra la fronte da cui partono (o meglio arrivano) due corni, come quelli che si trovano sulla fronte del Mosè di Michelangelo, simbolo dell'illuminazione divina, e con la mano destra regge un libro. Il libro rappresenta sicuramente la sapienza umana, i due raggi di luce sulla fronte la sapienza e la potenza di Dio. Ma perché, contrariamente a quanto l'iconologia classica e cristiana detta, indicare la potenza di Dio con la mano sinistra (simbolo del male) e la sapienza umana con la destra (simbolo del bene)? L'intera figura, a mio parere, è riflessa nello specchio, per cui la donna (la filosofia), sicura di sé (la corazza), indica giustamente con la destra la potenza di Dio, mentre considera fallace la sapienza degli uomini, retta con la mano sinistra. Un perfetto gioco di specchi, tra cui traccia un solco sicuro la bianca e ieratica figura del conte vescovo. Siamo in pieno Settecento, secolo che ha portato alle estreme conseguenze l'iconologia e l'ermeneutica. La Biblioteca può, quindi, essere visitata come un bene monumentale. Questa fruizione è, comunque, riduttiva. I libri, in essa custoditi, che spaziano attraverso tutte le discipline dell'umano sapere, vanno consultati sia per il loro contenuto, stranamente ancor oggi attuale, sia pure per il piacere di sfiorare un bene altrimenti non godibile, come fa il bibliofilo cieco, ma stavolta dalla vista fine. Vi sono custoditi anche libri proibiti, messi cioè all'indice dalla Santa Inquisizione, non altrimenti fruibili. Molti volumi recano la nota di possesso scritta di proprio pugno dal suo Donatore; dispiace pertanto che la segnatura sia spesso scritta in maniera eccessiva, quasi a ledere l'integrità voluta dal Vescovo.
La Biblioteca è retta con amore e competenza da personale della Soprintendenza, ma non a tempo pieno, per cui può essere visitata al mattino soltanto due giorni la settimana, giovedì e venerdì, e di pomeriggio soltanto una volta, il mercoledì. Rispettando la volontà del suo Donatore nulla è dovuto. Sta a noi soltanto il compito di difendere, amare e utilizzare un bene che molte città ci invidiano.
Questo articolo si trova nel numero di maggio 2000